Svolta ai confini di al Qaida

Islamabad. Mercoledì il comandante di tutte le forze armate del Pakistan, il generale Ashfaq Kayani, ha compiuto un gesto semplice e inaudito. Accompagnato da due luogotenenti, ha chiamato il governo e ha detto: “Vengo a spiegarvi quello che c’è da sapere sulla situazione della sicurezza nel nostro paese”.
6 APR 08
Ultimo aggiornamento: 01:25 | 24 AGO 20
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Islamabad. Mercoledì il comandante di tutte le forze armate del Pakistan, il generale Ashfaq Kayani, ha compiuto un gesto semplice e inaudito. Accompagnato da due luogotenenti, ha chiamato il governo e ha detto: “Vengo a spiegarvi quello che c’è da sapere sulla situazione della sicurezza nel nostro paese”. E’ la prima volta in più di vent’anni. Di solito a Islamabad il capo militare si considera un gradino sopra alle istituzioni politiche e non si è mai sentito in obbligo di andare a fare rapporto al governo. Il nuovo generale Kayani ha deciso diversamente: ora l’esercito deve tornare a subordinarsi al potere civile e condividere le informazioni. Ad ascoltarlo c’era la leadership salita al potere con le elezioni del 18 febbraio: il primo ministro, Yousuf Raza Gilani, il copresidente del partito di Bhutto, Asif Ali Zardari, l’ex premier Nawaz Sharif, il capo della Lega islamica, Maulana Fahzlur Rehman, i ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Interno. Quando Kayani ha finito, è andato a ripetere il briefing anche a un singolo ascoltatore: il presidente ed ex generale Pervez Musharraf, che in tutti i suoi precedenti otto anni al potere non era mai stato escluso. “E’ un altro gradino sulla scala dell’isolamento per Musharraf”, dice Talat Masood, ex generale. Il presidente dopo le elezioni non ha ancora stabilito un contatto diretto con il nuovo governo, composto da suoi oppositori. Quelli ricambiano: la settimana prossima è previsto un viaggio di sei giorni in Cina, il più grande partner commerciale del Pakistan, ma alcuni ministri si rifiutano di accompagnarlo.
La visita di Kayani in casa del nuovo premier è il cambiamento; “l’inizio di una nuova era di relazioni tra esercito e rappresentanti del popolo, con questi ultimi che ora rivendicano il diritto di formulare e dirigere anche la politica di sicurezza nazionale”, dice un consigliere del premier. Al paese erano già arrivati indizi premonitori. Il generale cerca di riagganciare le forze armate al resto delle istituzioni, dopo che la sospensione della Costituzione ordinata da Musharraf il 3 novembre scorso ha distrutto il rapporto di fiducia con la popolazione. Durante le elezioni, quando tutti si aspettavano brogli per favorire il presidente, Kayani ha ordinato agli ufficiali dell’esercito di ritirarsi dai loro incarichi civili nell’amministrazione – in Pakistan i militari sono dappertutto – per dissipare i sospetti. Il generale ha anche sostituito il capo dell’intelligence militare, Nadeem Ejaz, parente di Musharraf coinvolto anche nel duello contro la Corte suprema, con un ufficiale meno compromesso. “La rivoluzione c’era già stata quando il generale ha detto in pubblico che l’esercito voleva elezioni libere”, dice l’editorialista Shafqat Mahmood. Ora bisogna vedere se il clima di rispetto regge al prossimo urto della politica pachistana: il governo vuole reinsediare in carica i circa 60 giudici cacciati dal presidente nel semigolpe di novembre. La nuova Corte suprema è verosimile che per prima cosa si prenderebbe la sua vendetta contro Musharraf, scatenando la resa dei conti.
Mentre Kayani faceva il briefing a Islamabad, l’ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, faceva un briefing a Washington, al Pentagono, per riconoscere che il Pakistan cambia strategia contro il terrorismo. “Abbiamo soltanto bisogno di sapere qual è il loro nuovo piano, per lavorare al loro fianco”. Potrebbe non essere così facile. La nuova leadership sta sconfessando la linea dura contro gli estremisti, che ogni giorno si mangiano un altro pezzo delle province del nord. “Preferiamo enfatizzare le trattative politiche e magari cominciare un programma di sostegno economico per sviluppare la aree più a rischio”, ha fatto sapere il governo. Il ministro della Difesa, Shah Mehmood Qureshi, esclude che Washington potrà in futuro colpire i santuari talebani in Pakistan con missili e incursioni, come ha fatto almeno quattro volte negli ultimi tre mesi. “Non possiamo permettere a un paese straniero di agire nel nostro territorio”. La speranza è di nuovo Kayani. Mullen confida nelle ottime relazioni con quella parte degli alti ufficiali pachistani che in questi anni ha lavorato fianco a fianco con gli americani.